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LUCCA FILM FESTIVAL: IL PUNK E' MORTO, EVVIVA IL PUNK

09:24


foto  dal sito Luccafilmfestival 

Anno dopo anno, il Lucca Film Festival si è meritatamente conquistato uno spazio sempre più importante nel panorama culturale del nostro Paese.
Tra i personaggi arrivati a dar lustro all'edizione numero 12 (Oliver Stone, William Dafoe, Valeria Golino tanto per citarne alcuni) c'è Julien Temple; tra le manifestazioni collaterali che la arricchiscono c'è la mostra “PunkDadasituation”.

Regista di film e videoclip di grande successo, Julien Temple ha diretto nel 1980 “La grande truffa del rock'n'roll”, mitico biopic sui Sex Pistols e sul loro guru Malcom Mc Laren.
A Lucca, oltre che intervenire alla mostra, ha presentato il suo documentario “Oscenità e furore”, dove la storia della band è raccontata dal punto di vista dei singoli membri (quelli superstiti almeno) e non da quello fagocitante di Mc Laren.
Questo suo essere professionalmente “recidivo” si spiega col fatto che era presente là dove tutto successe, nella Londra del 1976 che, in piena crisi sociale ed economica e carica di tensioni razziali, stava per essere sottoposta alla cura da cavallo della “Lady di ferro”, Margaret Tatcher.
Lo spirito iconoclasta nella sua versione più schietta e autentica, la giovanile rabbia, la voglia di sradicare i principi fondanti della società, semplicemente, rifiutandoli erano già nelle strade; bastava solo che l'energia venisse canalizzata in un movimento, perché la “bomba” punk deflagrasse.
Così andarono le cose e quel rifiuto e quella rabbia, diventarono tutt'uno con un'iconografia che è entrata, di fatto, nella storia contemporanea.
Abbigliamento fatto di abiti strappati e sformati (che l'industria della moda, dal punto di vista dell'ispirazione, ha abbondantemente saccheggiato); ragazze dal trucco pesante; ragazzi con irte creste di capelli, colorate in modo improbabile; orecchini e persino percing ante litteram fatti con spille da balia; un atteggiamento e un pensare sguaiatamente anarcoidi: il punk era qualcosa di mai visto prima, era brutto, sporco e cattivo ed era fiero e consapevole di esserlo.
La musica, massimo modo di espressione del movimento, non poteva sfuggire alla prepotente voglia di cambiare.
Le legioni di giovani che ballavano il Pogo (una specie di agitatissima danza tribale) ai concerti di Clash, Sex Pistols, Siouxsie and the Banshees e delle decine di band di più o meno effimera durata nate in quegli anni, consideravano le idolatrate rockstar come vecchie cariatidi, idoli di un regime che bisognava abbattere. Un atteggiamento mentale che, sotto tanti punti di vista e passando dalla musica al cinema, ricorda l'ansia rinnovatrice dei cineasti della “Nouvelle vague” rispetto a quello che, quasi vent'anni prima, chiamavano “Il cinema di papà”.
Ma con la stessa rapidità con cui divampò, l'incendio si spense!
Il punk morì quando la società decise che, più che combatterlo, era conveniente avvilupparlo nelle proprie spire e il movimento, più o meno consapevolmente, si consegnò al nemico.
Il punk morì quando energia e schiettezza si fecero maniera e la forza eversiva divenne moda, facendolo diventare la patetica controfigura di sé stesso.
La mostra “PunkDadasituation”, curata da Alessandro Romanini si tiene nel mezzanino della Fondazione Ragghianti, in via S. Micheletto a Lucca; aperta fino al 01 maggio dalle 10:00 alle 13:00 e dalle 15:30 alle 19:30 è a ingresso libero e gratuito (come punk comanda) e si ripropone, raggiungendo l'obiettivo, di tornare a far respirare l'aria di quegli anni.
Operazione questa inevitabilmente nostalgica per chi, persino nella provinciale italietta, li ha vissuti, ma che può diventare estremamente interessante e coinvolgente per tutti coloro che, magari da mamma e papà, ne hanno solo sentito parlare.
Perché se il punk è morto, di sicuro il suo spirito, ribelle e libertario, si aggira in qualche dimenticato recesso delle nostre sonnecchianti coscienze.




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